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Perché un video viene condiviso?

Gli esseri umani condividono da prima dell’inizio della civiltà. La condivisione è radicata nei nostri cervelli ed è legata alla sopravvivenza: chi condivide sopravvive insieme al suo gruppo. I social media non sono altro che una tecnologia che ci aiuta a praticare un’attività che va avanti da millenni.

Perché in un blog dedicato ai video si dovrebbe parlare di condivisione ? Il punto è che il video è uno degli elementi più condivisi del web e, probabilmente, lo sarà sempre di più.

A tal proposito la Chadwick Martin Bailey e la iModerate Research Technologies hanno scoperto che la maggioranza delle persone condividono soprattutto notizie riguardanti amici e parenti (81%), foto e video personali (80%), video divertenti (63%), coupons/discount (54%) e infine articoli e blog post (53%).

I contenuti familiari e personali sono destinati necessariamente ad una cerchia ristretta di persone, l’unico elemento della classifica che può assumere una dimensione di massa sono i video divertenti che vengono condivisi dal 63% degli intervistati. A questo punto si capisce perché chi realizza video dovrebbe studiare a fondo le logiche che spiegano i motivi della condivisione.

Le idee devono essere virali

Le idee non si diffondono solo perché sono buone idee” Questa è la frase che mi ha colpito di più di “Zarrella’s Hierarchy of Contagiunsness” di Dan Zarrella, celebre scienziato dei social media presso Hubspot.

Zarrella ci dice che nel 1976 Richard Dawkins scrisse “Il gene egoista” nel quale, per la prima volta, introdusse il concetto di meme. Il meme è un’unità di eredità culturale (un pezzo di cultura, un’unità culturale) che si diffonde esattamente allo stesso modo dei geni. La caratteristica dei geni, infatti, è quella di diffondersi grazie alla loro intrinseca capacità di diffusione e non a causa dei benefici che apportano a coloro che li ospitano.

Le idee seguono lo stesso principio: le religioni e le ideologie politiche che hanno avuto più successo posseggono delle caratteristiche intrinseche che ne favoriscono la diffusione. Per esempio sia il cristianesimo che il comunismo posseggono l’elemento del fatalismo (il futuro ci darà certamente ragione!). Quindi le idee non si diffondono perché sono migliori di altre, ma perché sono più facilmente “diffondibili” rispetto ad altre!

Inoltre Zarrella è convinto che il motivo principale che ci porta a condividere il materiale trovato in Rete sia legato al nostro bisogno di emergere dal gruppo. Le persone condividono le informazioni perché vogliono acquisire la reputazione di leader, di fornitori di contenuti di valore.

Quindi la condivisione è più legata alla volontà sociale di emergere e di acquisire una poszione di predominanza nel gruppo che al puro altruismo.

In breve, Zarrella conclude dicendo che le persone vogliono condividere le informazioni che rendono loro la reputazione di persone “che valgono” e con cui vale la pena interagire.

Un esperto di cucina sarà più disposto a condividere ottime ricette perché vuole acquisire valore agli occhi di coloro che lo seguono (aspiranti chef, cuochi per passione, amanti della buona cucina ecc.), viceversa un adolescente sarà più disposto a condividere video divertenti per acquisire valore agli occhi dei suoi amici che vedendo il video si faranno un sacco di risate.

Questo aspetto l’ho notato molto bene nel mio settore di riferimento. Io sono un consulente politico e ho avviato un progetto (www.faicomeobama.it) rivolto a quei politici che vogliono imparare a condurre una campagna elettorale con gli strumenti del web. Ho notato che nella mia lista di contatti su Twitter ho 3 categorie di persone che mi seguono:

  • i politici o aspiranti tali
  • altri esperti di social media in ambito politico
  • giornalisti politici

Sebbene i politici siano la stragrande maggioranza nessuno di loro retwitta le mie dritte su come condurre una campagna elettorale online. Sono soprattutto i giornalisti e gli altri esperti di social media che retwittano i miei contenuti. Questo perché queste persone hanno interesse ad acquisire valore agli occhi dei loro contatti che sono costituiti soprattutto da politici.

Viceversa, i politici, seppur interessati a quello che dico (ricevo molti commenti), non condividono il mio materiale perché le loro liste di contatti non sono composte da persone interessate a come condurre campagne elettorali (sono composte perlopiù da elettori), quindi se condividessero il mio materiale non acquisterebbero una buona reputazione ai loro occhi, anzi li annoierebbero.

Alla luce di ciò posso dire di condividere l’analisi di Zarrella, soprattutto se dovessi spiegare il comportamento che molti professionisti  hanno sui social media. Ma credo che sia solo una parte del quadro. Gli utenti di Internet sono molto più variegati e hanno finalità diverse.

I 5 motivi per condividere

Infatti uno studio del New York Times è andato più a fondo nel delineare la mappa psicologica degli utenti del Web. Gli studiosi hanno scovato 5 motivazioni di base che ci spingono a condividere:

1) Altruismo: noi condividiamo per donare contenuti di valore e di intrattenimento ad altre persone. Il nostro ragionamento è: “cosa vogliono i miei amici?” e glielo diamo.

In genere condividiamo contenuto di valore che interessa ai nostri amici o ai nostri contatti. Come detto prima, se la nostra lista è composta da appassionati di cucina ci dovremmo concentrare su materiale di cucina.

2) Autodefinrsi: Condividiamo per definire noi stessi, forse questo concetto si riassume meglio in “noi siamo ciò che condividiamo”. Le persone definiscono se stessi attraverso ciò che dicono e che condividono.

3) Empatia: Noi condividiamo per rafforzare e alimentare le nostre relazioni. Condividere comunica all’altro che stiamo pensando a lui.

Ovviamente funziona solo se il riferimento alla persona in questione è esplicita. Per esempio in un post di Facebook dovremmo taggarla, su Twitter dovremmo citarla nel tweet e via dicendo.

4) Stringere connessioni: Noi condividiamo per ottenere credito alfine di essere considerati buoni condivisori, per ottenere valore agli occhi degli altri. Condividere materiale originale e utile ci da credito e ci fa diventare leader nel nostro settore o semplicemente delle persone originali tra i nostri amici.

5) Evangelismo: Condividiamo per diffondere una causa o un brand.

 

Chi sono gli utenti che condividono?

Detto ciò lo studio non si ferma e prosegue nell’analisi delinenando 6 profili dei condivisori tipici:

1) Altruista: generalmente è donna, vuole aiutare gli altri e sostenere buone cause. E’ motivato da altruismo, empatia, voglia di evangelizzare il prossimo e di stringere connessioni. Condivide principalmente tramite Facebook e Email.

2) Carrierista: è un professionista con un network consistente che desidera condividere contenuti seri e utili che gli permetteranno di costruire una buona reputazione. E’ motivato dalla voglia di autodefinirsi e di stringere connessioni. Usa Email e Linkedin

3) Anticonformista: è un giovane maschio. Vuole iniziare delle conversazioni e dimostrare chi è attraverso i contenuti che condivide. E’ motivato dalla voglia di autodefinirsi, di stringere connessioni e empatia: usa Twitter e Facebook

4) Boomerang: vuole ottenere una reazione. Vuole dare inizio a dibattiti e generare molti commenti, positivi e negativi. E’ motivato dalla voglia di stringere connessioni. Tende a condividere su molte piattaforme, incluso Facebook, Twitter e blog.

5) Connettore: sono soprattutto donne e tendono a restare in contatto con i propri amici. Amano condividere contenuto che possa portare ad un’esperienza offline. Sono motivate da emaptia e voglia di stringere connessioni. Tendono a condividere su Facebook e tramite Email

6) Selezionatore: è più anziano e più radizionalista. Condivide informazioni specifiche con specifiche persone. E’ motivato da altruismo e voglia di stringere connessioni. Tende a condividere tramite email.

 

Cosa ne pensa Facebook?

Si chiama Paul Adams ed è uno degli impiegati di Facebook più brillanti dell’azienda (famoso è il suo ebook “Grouped“). Ha dato il suo contributo al dibattito sulla condivisione. Per lui ci sono 4 comportamenti di base che ci spingono a condividere.

Innanzitutto l’attività di condividere è solo un mezzo, la finalità è comunicare. Quindi dovremmo chiederci prima: “perché abbiamo bisogno di comunicare?” Questo diventa un vero e proprio problema antropologico.

Ad ogni modo Adams ha notato che su Facebook sono 4 i principi che ci spingono a condividere:

1) Renderci la vita più facile = spesso chiediamo consigli ai nostri amici per sapere dove uscire la sera, come montare un armadio di Ikea, come far crescere i pomodori nel nostro giardino di casa, ecc.

2) Creare legami sociali = condividere soprattutto materiale che fa ridere, infatti il  ”communal laughter” è un mezzo che porta gli esseri umani a rafforzare i legami ad una velocità impressionante. Ecco perché un video  virale dovrebbe avere la caratteristica di far ridere.

In questa categoria rientrano spesso anche i Mi Piace di Facebook. Adams ha notato che nella gran parte dei casi i “Mi Piace” non sono riferiti al contenuto, ma indicano un desiderio di connessione con la persona che li ha condivisi, la voglia di costruire una relazione o quantomeno cosolidarla. Dietro il Like c’è un messaggio chiaro: “hey, sono qui, dovremmo tenerci in contatto

Quindi molte conversazioni su Facebook, come avviene anche nella vita reale, non hanno alcuna finalità se non quella di creare o rafforzare una relazione.

3) Aiutare = questa è l’altra faccia della medaglia del punto primo. Molti condividono i propri problemi per rendersi la vita migliore e altri condividono le proprie soluzioni a questi problemi.

4) Costruire la propria identità = spesso condividiamo i nostri valori, quello che pensiamo. Le nostre conversazioni ci definiscono. Se pubblichiamo un video di Greenpeace stiamo dicendo: “Hey, ragazzi io sono ambientalista e odio quelle maledette multinazionali del petrolio!”

 

Esempi pratici

Come puoi vedere non c’è una posizione unica su questo argomento per cui mi sembrava opportuno presentarti un digesto delle differenti posizioni. Ad ogni modo avrai notato anche una certa somiglianza tra le diverse posizioni dalle quali si possono trarre alcuni elementi utili per orientarci meglio nel mondo della condivisione.

Adesso attenendoci alla classificazione del New York Times vediamo due esempi pratici di video virali:

Say Something Nice

Se dipendesse da me, sarebbero queste le motivazioni che mi porterebbero a condividere:

  • Altruismo  (è un divertente video di qualità, piacerà ai miei contatti)
  • Autodefinirsi  (mi ci ritrovo con questo messaggio, dobbiamo riappropiarci della nostra vita e ridare valore alle relazioni socali)
  • Empatia (solo se “taggassi” o “ritwittassi” una persona specifica)
  • Stringere connessioni (i miei contatti mi vedranno come una persona intelligente e motivata)
  • Evangelismo (devo diffondere questo messaggio a tutto il mondo)

 

 

DnB NOR Clooney ad

In questo caso se dovessi condividerlo lo farei solo per due motivazioni visto che non conosco il brand, ma lo spot è molto divertente.

Altruismo  (è un divertente video di qualità, piacerà ai miei contatti)
Empatia (solo se “taggassi” o “ritwittassi” una persona specifica)
Stringere connessioni  (sto condividendo un video di qualità, sarò considerato una persona originale con cui vale la pena rimanere in contatto)

 

Come puoi vedere i video posseggono solo alcuni degli elementi analizzati precedentemente. Dipende molto anche dalla persona: io potrei condividere un video per dei motivi e un’altra persona potrebbe condividere lo stesso video per altri motivi.

 

 

Risorse esterne

Se vuoi dare un’occhiata ai migliori video virali in circolazione visita questo splendido sito web: Viral Video Chart 

Why People Share, according to Facebook 

The Psychology of Sharing

Grouped: How small groups of friends are the key to influence on the social web (Voices That Matter)

Zarrella’s Hierarchy of Contagiousness: The Science, Design, and Engineering of Contagious Ideas

 

 

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